Please use this identifier to cite or link to this item: http://hdl.handle.net/2067/716
Title: Lingua letteraria e interculturalità: le scrittrici italiane di prima generazione.
Authors: D'Andrea, Elisa
Issue Date: 6-Oct-2009
Publisher: Università degli Studi della Tuscia
Series/Report no.: Tesi di laurea. 2. livello. Classe 16/S.;
Abstract: 
Immigrati di seconda generazione o italiani di prima generazione? È questa la grande difficoltà che si incontra nel momento in cui si cerca di collocare stabilmente i figli degli immigrati, nati e cresciuti in Italia, all’interno della società italiana. Si deve porre l’accento sull’estraneità rispetto al corpo sociale italiano autoctono, oppure si può, e si deve, cominciare a considerarli parte integrante della rete comunitaria nazionale?
Lo spunto su tale questione è offerto dall’antologia Pecore nere, in cui quattro donne di origine non italiana raccontano la loro vita a cavallo tra due mondi e due culture, quella italiana e quella straniera di riferimento. L’antologia contiene otto racconti, due per ciascuna delle quattro autrici, che vengono genericamente definite “immigrate di seconda generazione”. Tale appellativo può effettivamente concordare con la condizione di tre delle quattro autrici: Ingy Mubiayi, egiziana, ma trasferitasi in Italia all’età di quattro anni, Igiaba Scego, italo-somala, Gabriella Kuruvilla, italoindiana.
In questa sede, però, per queste donne verrà proposta la definizione di “italiane di prima generazione”, cioè di italiane a tutti gli effetti, per via della loro formazione scolastica, culturale, personale in genere, ma tuttavia prive di tutta quella memoria storica, sociale, culturale e linguistica che invece caratterizza i connazionali di vecchia generazione. Queste scrittrici non sono migranti, sono stanziali, le loro radici affondano saldamente nel terreno italiano, arricchite da tutti quegli influssi che provengono dalla tradizione genitoriale e che contribuiscono alla creazione di un’identità unica.
Per la quarta autrice analizzata, Laila Wadia, il discorso è sicuramente diverso: nata in India, cresciuta in India, arrivata in Italia all’età di vent’anni. Laila è una rappresentante tipica della prima generazione di immigrati.Aver raccolto all’interno della stessa antologia racconti di autrici italiane di prima generazione e di una scrittrice immigrata ha permesso il confronto tra le varie strutture sintattiche e lessicali ricorrenti all’interno della loro lingua letteraria, che in questo modo diventa preziosa testimonianza del diverso grado di inserimento nella comunità italiana. Preliminare allo spoglio linguistico dei testi è stata l’elaborazione di un’intervista sottoposta a tutte e quattro le autrici, per ricostruirne in grandi linee un profilo sociolinguistico basilare: è stato chiesto loro di parlare della loro famiglia e dell’esperienza migratoria, dell’impatto con l’Italia e con l’italiano, delle fonti attraverso cui hanno appreso l’italiano, dell’uso che si faceva in famiglia della lingua italiana, del livello di istruzione che hanno raggiunto, del perché si sono avvicinate alla scrittura e spinte da quale necessità. Generalmente le interviste sono state inviate tramite e-mail. Solo nel caso di Ingy Mubiayi è stato possibile concordare un appuntamento nella sua libreria a Primavalle, quartiere periferico di Roma. L’analisi comparata, linguistica e tematica, dei racconti di Igiaba, Gabriella e Ingy da un lato, e di Laila dall’altro, ha condotto ad alcune considerazioni finali. Da un punto di vista strettamente linguistico, si nota come le differenze nell’uso non riguardino tanto la sintassi, che viene strutturata secondo le forme tipiche di una comunicazione orale, diventando funzionale al soddisfacimento di un bisogno comunicativo che in alcune circostanze si trasforma in un vero e proprio riscatto sociale, riscatto di genere e riscatto di etnia. L’adozione di strutture sintattiche e stilistiche del parlato si configura, allora, nei termini di una ricerca di espressività immediata, per creare un rapporto diretto e privilegiato con il lettore. Le autrici, in questo modo, ricreano un clima confidenziale con il destinatario dei racconti, determinandone la predisposizione favorevole a considerare una realtà comune attraverso una prospettiva diversa: attraverso la loro condizione privilegiata di equidistanza rispetto alle culture di riferimento, riescono a far emergere parallelamente pregi e difetti tanto della comunità straniera quanto di quella italiana. Le differenze fondamentali nell’uso che determinano una doverosa distinzione tra Laila, autrice immigrata, e le altre tre scrittrici italiane di prima generazione investono soprattutto il settore lessicale.
Il lessico usato da Laila, infatti, pur essendo fortemente connotato in senso giovanilistico, presenta delle forme di reticenza e delle forme eufemistiche che risultano superflue per la sensibilità di un italiano. È l'unica scrittrice in cui la percentuale di voci nella sua lingua d'origine è molto elevata, e tali forme fanno riferimento al cibo, ai canti religiosi, all'abbigliamento, tutti aspetti che caratterizzano fortemente una cultura. Se da un lato, quindi, la scelta (spesso forzata) di un linguaggio giovanile-adolescenziale implica la volontà di inserimento nella nuova società, la presenza di un'alta percentuale di voci hindi indica il forte attaccamento alla terra d'origine.
Nelle altre scrittrici, invece, non è così. Il lessico non è connotato in diastratia o in diafasia, è di registro medio, piano e colloquiale. Loro sono italiane e non hanno bisogno di forzare il linguaggio per dimostrarlo. La sicurezza del sentimento di appartenenza all’una o all’altra cultura si riflette nelle scelte linguistiche. L’accostamento all’analisi linguistica di racconti scritti da quattro “pecore nere”, cioè da quattro autrici che rappresentano in qualche modo una straordinarietà all’interno del panorama italiano, ha comportato inevitabilmente anche l’approccio verso tutta quella branca della letteratura che compare sotto la denominazione di “letteratura della migrazione”, in cui il soggetto narrante è il migrante. Se la classificazione all’interno della letteratura della migrazione risulta adeguata nel caso di Laila Wadia, in virtù proprio della sua storia da immigrata, è doveroso cambiare prospettiva d’analisi per Igiaba Scego, Ingy Mubiayi e Gabriella Kuruvilla. Come già ricordato, loro rappresentano tutta quella porzione di individui che devono necessariamente essere considerati “italiani di nuova generazione”. Queste scrittrici non sono migranti, sono stanziali, le loro radici affondano saldamente nel terreno italiano, arricchite da tutti quegli influssi che provengono dalla tradizione genitoriale e che contribuiscono alla creazione di un’identità unica. Per questo la loro produzione letteraria non può essere considerata come rappresentativa di una letteratura della migrazione, ma deve essere riconosciuta a tutti gli effetti come un esempio di letteratura italiana contemporanea, che grazie al loro contributo si sta muovendo concretamente nella direzione dell’interculturalità. Attraverso la scrittura, queste autrici non raccontano solo della società italiana che sta vivendo un periodo di ristrutturazione profonda degli equilibri, ma raccontano anche di sé e della loro identità transnazionale che si spinge oltre le differenze culturali.
Essere immigrate, o, invece, essere italiane di prima generazione si ripercuote a livello tematico nella diversa percezione della propria identità all’interno della comunità italiana. Se nel caso di Laila, immigrata, il problema è stato quello di integrarsi in una società completamente opposta rispetto a quella di origine, e tale conflitto emerge nello scontro figli-genitori dei racconti Curry di pollo e Karnevale, nel caso di Igiaba, Gabriella e Ingy, italiane di nuova generazione, il punto della questione risiede proprio nella difficoltà ad integrare quelle due metà che naturalmente fanno parte di loro, ma che generano una condizione interiore conflittuale. Quindi, se dalla parte dell’immigrato la questione si configura nei termini dell’inserimento sociale, dalla parte dell’italiano di nuova generazione il problema si organizza attorno ai termini accettazione e integrazione, da interpretare in primis come processo di crescita personale, e successivamente come condivisione delle proprie conquiste interiori con la società. La difficoltà sta nel capire che la diversità non è un anello mancante, non è un elemento di inferiorità, ma anzi è fonte di ricchezza e di crescita, attraverso il superamento delle barriere culturali.


Second generation immigrants or first generation Italians? This is the biggest difficulty we face when we try to collocate once for all, immigrants’ children, born and grown up in Italy, inside the Italian society. Should we emphasize the fact that they have nothing to do with the Italian social community, or we must start to consider them as an integrant part of the national community net? The hint on this issue it’s offered by the anthology Pecore nere, in wich four immigrant women tell the story of their lives, divided between two worlds and two cultures, the Italian one and their origin one. The anthology is made up of eight stories, two for each writer, that are generally defined as “second generation immigrants”. This appellation can perfectly describe the condition of three of the four writer: Ingy Mubiayi, egypitian, moved to Italy at the age of four, Igiaba Scego, italosomalian, Gabriella Kuruvilla, italo-indian. In this circumstance, however, we will proposed for them the definition of “first generation italians”; that means Italians in all respects, taking into consideration their school, cultural and linguistic education in general, however missing all the historical, social, cultural and linguistic memory of their old generation fellows. These writers are not migrant, they are permanent people; their roots firmly sink into the Italian ground and are enriched by all that influences originating from parents tradition, which contribute to create a unique identity.
For the forth writer, Laila Wadia, the discussion is certainly different: born and grown up in India, she arrived in Italy when she was 20. Laila is a typical representative of the first generation of immigrants . The joining together of different stories told by first generation italians’ writers and “immigrant” one, has permitted a comparison among all the various recurring lexical and syntactic structures inside their literary language, contributing to become, in this way, a precious evidence of the different integration level into the italian community. Before proceeding with the linguistic check, it has been elaborate and submitted to all four writers an interview, to rebuild, in outline, a basic sociolinguistic profile: they have been asked to tell about their family and their migratory experience, their first impact with Italy and Italian, the sources through which they learned Italian, the use of the Italian language in their family, the education level they reached, why they approached writing and which was the need that pushed them to do it. In general the interviews has been sent by email; in the case of Ingy Mubiayi, it has been possible to make an appointment in her library in Primavalle, a peripheral suburb of Rome.
A comparative linguistic and issues analysis of Igiaba, Gabriella and Ingy’s styories on one side, and Laila’s one on the other, brought to some final considerations. If we consider the linguistic aspect, we notice how differences in use do not affect so much the syntax , structured on typical forms of oral communication, contributing to satisfy a communication need that sometimes turns into a real social, genre and race’s redemption. The adoption of syntax and style’s structures belonging to oral communication can be seen as a research of an instant expression to create a privileged and direct link with the reader. The writers, this way, predispose the reader to consider positively a common truth through a different position: they succeed in outcropping together virtues and vices for both foreign and Italian community, taking advantage of their privileged condition of being equidistant in respect to their reference cultures. The key differences in use that determine a due distinction between Laila, immigrant writer, and the other three first generation Italians’ writers, above all concern the lexical range.
Even if Laila’s vocabulary strongly draws on the youth language, it shows some reticence and euphemistic forms that are pointless to the sensibility of an Italian person. She is the only writer to use a high percentage of her mother language items when she refers to food, religious chants and dressing, all those aspects that strongly characterize a culture. If, on one side, the choice to use a youth language involved the will to be a part of the new community, on the other one the high percentage of native items, shows the strong attachment to their country.
For the other writers, instead, it’s different. The lexic is not determined from a diastratic and diaphasic point of wiev and the register is medium, easy and colloquial. They are Italians and they don’t need to force the language to show it. The linguistic choices reflect their confidence in the sense of belonging to one or to the other culture.
The linguistic analysis of the stories told by four Pecore nere, that represent, somehow, a tremendous event inside the Italian panorama, provoked, of necessity, an approach to that part of literature called “literature of migration”, where migrant person is the writer. If it’s correct to classify Laila Wadia as a literature of migration’s example, due to her own story as immigrant, it is right and proper to change point of view when analyzing Igiaba Scego, Ingy Mubiayi and Gabriella Kuruvilla. As already mentioned, they represent that portion of people that has to be considered “Italians of a new generation”.
For this reason, their productions cannot be considered as a representative of literature of migration, but once for all, an example of Italian contemporary literature, that, thanks to their support, is nearing to an exchange between different cultures.
These writers, through their productions, tell about not only the profound balances reorganization the Italian society is living, but also about them and their identity built on their condition of being part of two nations that look beyond the cultural differences. The fact of being immigrants or, instead, being an Italian of the first generation, impacts on their different perception of their own identity inside the Italian community. If Laila’s problem has been integrating in a society completed different from her own one, where this conflict comes out in parent-child conflict told in the stories Curry di Pollo and Karnevale, the hard point for Igiaba, Gabriella and Ingy, Italians of a new generation, is trying to blend those two halves that belong to them but at the same time create an inner conflict. So, if the difficulty for the immigrant is to integrate with the society, for the “Italian of the new generation” the problem focuses on the items “acceptance and integration” to be read in primis as a personal process and then as a way to share inner conquests with the society. The difficulty is understanding that difference is not something missing, it is not an element of inferiority, on the contrary, it is a source for richness and growth, coming through the cultural barriers.
Description: 
Tesi di laurea di 2. livello in Lingue e letterature straniere moderne. Corso di laurea in Filologia moderna. A. a. 2007/2008. Relatore Prof. Danilo Poggiogalli. Correlatore: Prof.ssa Silvana Ferreri.
URI: http://hdl.handle.net/2067/716
Rights: If not otherwise stated, this document is distributed by the Tuscia University Open Archive under a Creative Commons 2.0 Attribution - Noncommercial - Noderivs License (http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.0/)
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