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Title: Le prime elezioni per il Parlamento europeo e la partecipazione nazionale : un confronto tra Italia, Francia e Regno Unito
Other Titles: First european elections and national partecipation: a comparison between Italy, France and United Kingdom
Authors: Floris, Doriana
Keywords: Elezioni;Movimenti europei;Partecipazione;Propaganda;Risultati;Elections;European Movements;Partecipation;Results
Issue Date: 6-Jun-2014
Publisher: Università degli studi della Tuscia - Viterbo
Series/Report no.: Tesi di dottorato di ricerca. 26. ciclo
Abstract: 
Una curiosa espressione di Jacques Delors, più volte utilizzata nel corso
della sua carriera, definì le istituzioni comunitarie come un “O.P.N.I.,
oggetto politico non identificato”. L’affermazione di Delors appare come un
compromesso tra l’interesse a tutela dei diritti degli Stati e la necessità di
attribuire al processo di integrazione europea istituzioni stabili e soprattutto
autonome.
In realtà, i caratteri di profonda instabilità mostrati dal modello di Comunità
ne fecero scaturire due orientamenti interpretativi differenti. Il primo
considerò il raggiungimento dell’obiettivo prefissato nella realizzazione di
una unione politica; come sostiene Riccardo Perissich,
“Ai limitati trasferimenti di sovranità già decisi, altri ne sarebbero seguiti, anche se
sempre in modo graduale. Coerentemente con questo approccio, le istituzioni
avrebbero dovuto evolvere verso un modello classico. La Commissione si sarebbe
trasformata in un esecutivo federale; il Consiglio dei ministri in un “Senato degli
Stati”; l’Assemblea parlamentare in un vero Parlamento federale”1.
Il secondo orientamento si basò sull’idea che il principio di sovranità non
potesse essere frammentato e che il conferimento di potere previsto dai
Trattati fosse più di carattere tecnico che politico. Questa seconda
interpretazione aumentò i dubbi e la diffidenza nei confronti della
Commissione e ancor più del Parlamento. C’è da dire inoltre, che gli Stati
firmatari dei Trattati si riconobbero più nella prima lettura del modello, con
un necessario distinguo per la Francia che, all’epoca dell’entrata in vigore
era presieduta dal generale Charles De Gaulle, fortemente contrario, come
noto, all’idea di una qualsiasi minima cessione di potere a livello
sovranazionale.
A seguito della fusione di CECA, CEE ed EURATOM una sola
Commissione unificò l’apparato amministrativo mentre al Parlamento
europeo venne assegnato unicamente il compito di esercitare il potere in
materia di bilancio, oltre ad una funzione meramente consultiva; l’elezione
diretta del Parlamento fu contemplata nell’articolo n.138 del Trattato
istitutivo della Comunità europea nel quale, oltre ad essere indicato il
sistema di elezione dei parlamentari europei delegati come provvisorio,
1R. Perissich, L’Unione Europea una storia non ufficiale, Milano, Longanesi, 2008, p.54.
venne previsto che il Parlamento avrebbe elaborato progetti volti alla
realizzazione di una procedura di elezione uniforme per tutti gli Stati
membri.
Di fatto, negli anni che intercorsero tra il 1951 e il 1976, furono presentate
numerose proposte orientate all’istituzione della procedura di elezione a
suffragio universale diretto che, dopo molte difficoltà, trovarono soltanto nel
1979 la loro attuazione; questo risultato rappresentò l’inizio di una nuova
era in cui l’importanza della comunicazione politico-istituzionale giocò un
ruolo fondamentale per creare il necessario contatto con i cittadini, in
previsione della loro partecipazione al voto europeo.
Ricordiamo come nel 1974, al vertice francese presieduto da Valéry Giscard
D’Estaing, venne adottata la decisione di istituire il Consiglio europeo e
l’elezione diretta del Parlamento. L’evento avrebbe esercitato una notevole
influenza nella dinamica istituzionale europea; nonostante il suo assetto di
Assemblea diversa da quelle nazionali, il Parlamento europeo direttamente
eletto avrebbe preteso un aumento della propria influenza politica così come
del proprio peso istituzionale.
Attraverso le elezioni, i cittadini europei avrebbero potuto accrescere
progressivamente il loro interesse nei confronti dei temi comunitari
riuscendo a percepire meglio l’esistenza di un’istituzione fino ad allora poco
conosciuta. Su questo aspetto federalisti e “gradualisti” si collocarono su
posizioni discordanti, in quanto i primi da sempre consideravano il
Parlamento eletto come “Congresso del popolo europeo” e quindi come il
potere costituente della futura Federazione europea. Personalità di spicco sui
singoli piani nazionali, costantemente impegnate nella causa
dell’integrazione europea (solo per citare alcuni nomi si ricordano Altiero
Spinelli, Simone Veil, Helmut Kohl, Jacques Chirac), oltre ad esponenti
politici ed intellettuali che interpretarono un ruolo di forte influenza
all’interno dei loro partiti riguardo alla scelta europeista (per l’Italia
ricordiamo Giorgio Amendola, Enrico Berlinguer, Mauro Ferri, Gaetano
Arfè), si impegnarono con l’intento di legittimarne il ruolo rispetto alle altre
istituzioni, in particolar modo la Commissione. I parlamentari eletti nel
primo suffragio universale diretto si trovarono quindi ad affrontare temi che
andavano dalla questione dei paesi comunisti ai rapporti con il Terzo
mondo, alla progettazione di una televisione europea fino alla necessità di
redigere una prima bozza di Costituzione europea.
Il ricorso alle candidature di personalità politiche ben note all’opinione
pubblica quali Enrico Berlinguer, Simone Veil, Willy Brandt, si pensò
potesse offrire un maggiore potenziale all’organizzazione della propaganda.
La campagna elettorale del giugno 1979, così come le altre due successive,
fu tuttavia caratterizzata, soprattutto in Italia e Francia, da argomenti troppo
spesso collegati alla dialettica politica della propria nazione. In ogni caso
l’informazione data ai cittadini europei fu in grado di suscitare un
inevitabile interessamento ai problemi comunitari, ma soprattutto alla realtà
sovranazionale.
L’affluenza al voto fu comunque inferiore rispetto alle elezioni nazionali.
Nei motivi della scarsa partecipazione al voto, oltre l’assenza di dibattito
propriamente europeo vi fu anche il fatto che le strategie dei partiti tesero ad
una sorta di strumentalizzazione delle elezioni europee, puntando attraverso
le campagne elettorali al perseguimento di obiettivi nazionali.
Il primo scrutinio diretto fu in grado comunque di dare una ventata di novità
al concetto di democrazia europea. La nuova legittimità consentì al
Parlamento di consolidare nel tempo i propri poteri e di interpretare un ruolo
all’interno del processo decisionale comunitario che all’epoca poteva dirsi
quanto meno “nebuloso”.
Una volta fissato il periodo di svolgimento delle prime elezioni, le forze
politiche nazionali dovettero sostenere una sfida che le avrebbe costrette a
rimettersi in gioco, cercando di rinnovare gli argomenti e i temi individuati
per le campagne elettorali nazionali. Una maggiore consapevolezza riguardo
alla necessità di allargare l’orizzonte, senza trascurare tuttavia il contatto
con i propri elettori e cercando le possibili somiglianze con gli altri partiti
europei, avrebbe consentito di conciliare la propria ideologia in un contesto
più ampio.
Occorre tener presente come tra il 1975 e il 1979 si fossero create all’interno
dell’Assemblea parlamentare non eletta, formazioni politiche
rappresentative di partiti accomunati da un orientamento affine a quello
nazionale. La diversità di ideologie, tuttavia rendeva queste coalizioni molto
deboli, soprattutto per via della tanto difficile integrazione ostacolata dalla
predominanza degli interessi nazionali anteposti a quelli comunitari. La
primazia dei partiti nazionali ha sempre costituito un ostacolo all’autonomia
di azione dei gruppi e delle federazioni lasciando, fino ad oggi, inattuata la
costituzione di veri e propri partiti europei.
All’indomani del primo suffragio universale diretto, tuttavia, il nuovo
parlamentare europeo avrebbe assunto il ruolo di trait d’union tra il proprio
elettorato, il proprio partito, la coalizione europea e il Parlamento stesso.
I tratti caratterizzanti il percorso politico-istituzionale del Parlamento
europeo sono stati oggetto di approfondimento nello studio dei casi relativi
ai tre Paesi considerati rivelando le differenze che, per la natura stessa del
ruolo giocato nel contesto sovranazionale, non hanno risparmiato il processo
di integrazione e, nel caso specifico, la partecipazione alle elezioni dirette
del Parlamento. Accomunando Italia e Francia, paesi fondatori della
Comunità europea che si dimostrarono troppo intenti a trattare temi
nazionali durante le campagne elettorali, nel Regno Unito l’idea di Europa
si coniugò con la costante valutazione di tutti gli elementi che sarebbero
risultati convenienti per partecipare, senza che tutto ciò costringesse a
modificare o rinunciare a quanto già in possesso, atteggiamento che trovò
nella linea di governo di Margaret Thatcher una perfetta interpretazione
durata per l’intero decennio esaminato.
Se per il primo suffragio universale diretto l’attività maggiore fu quella di
approntare nuovi metodi organizzativi per le campagne elettorali, adatti alla
ricerca di un consenso più ampio, diretto a legittimare l’istituzione
sovranazionale, nella seconda e terza tornata le riflessioni delle forze
politiche si resero necessarie per cercare di individuare le cause del
progressivo calo partecipativo. I difetti di una comunicazione politica spesso
basata su issues nazionali, soprattutto riguardo la Francia, ha di sicuro
rappresentato una delle possibili cause, ma l’atteggiamento stesso dei partiti,
apparso frequentemente poco incline a credere seriamente nell’importanza
delle elezioni, ha lasciato percepire incertezza ai cittadini europei.
Per altro verso, anche le campagne elettorali comunitarie, sebbene abbiano
investito molte risorse per cercare di catturare il consenso dell’opinione
pubblica, hanno mostrato la parziale efficienza dei mezzi messi in atto.
Elezioni di second’ordine quindi? E’ possibile parlarne ancora in questi
termini? Da quanto emerso nel corso della ricerca condotta sul versante
storico-politologico, il livello delle elezioni europee non risulta affatto
secondario. Il dato partecipativo, anzi è inversamente proporzionale alla
quantità di lavoro preparatorio sia dal punto di vista politico che
amministravo-istituzionale, ben superiore a qualsiasi suffragio nazionale.
Ci si chiede allora perché gli elettori non abbiano risposto con altrettanto
entusiasmo. Qui le risposte trovano differenti possibilità da tenere nella
giusta considerazione: la poca attenzione ai temi comunitari, la qualità della
comunicazione, l’errore di propagandare l’evento troppo a ridosso delle date
di svolgimento, l’eccessiva distanza tra istituzioni e cittadini, il livello
culturale degli elettori, i giorni della settimana individuati per i suffragi
spesso troppo vicini ad elezioni nazionali appena svolte, la classe politica
poco convinta. In realtà tutti questi fattori rappresentano concause della
scarsa partecipazione.
Il cittadino europeo in mezzo a questo guazzabuglio è il personaggio
principale di una performance in cui lui stesso determina la riuscita.
Nonostante i numeri evidenzino una progressiva flessione nei dieci anni
esaminati, i cittadini non sono rimasti indifferenti di fronte alle novità
introdotte dal processo di integrazione europea. Spesso, soprattutto durante i
sondaggi, accanto ad una percentuale di “indifferenti” o “euroscettici”, molti
intervistati hanno lamentato la poca autorità del Parlamento europeo nel
contesto istituzionale comunitario2 confidando in ulteriori progressi
strutturali. Il mancato raggiungimento di questo obiettivo, preannunciato già
prima del 1979, insieme alle vicende politiche legate al proprio Paese, ha
gradualmente provocato negli elettori reazioni di protesta attraverso il non
voto o il voto negativo3, comportamenti capaci di delineare una
partecipazione differente rispetto alla decisione di esprimere la propria
scelta. Questo tipo di elettore ha mostrato di essere stato raggiunto
dall’informazione diffusa durante le campagne elettorali e, sulla base di
quanto appreso, ha deciso consapevolmente di non votare o di esercitare un
voto diverso annullando o votando scheda bianca; quindi si è recato ai seggi,
2 Si vedano a questo proposito i risultati emersi nella pubblicazione della Commissione delle Comunità europee,
Eurobarometro – L’opinione pubblica nella Comunità europea, Vol.1, 32/89, Direzione generale Informazione,
comunicazione e cultura, Bruxelles, 1989.
3 Cfr. A. Gianturco Gulisano, La fenomenologia del non voto, in R. De Mucci (a cura di), Election day. Votare tutti e
tutto assieme fa bene alla democrazia?, cit.
non è rimasto inerte disinteressandosi di quanto stava accadendo. L’auspicio
di un consolidamento istituzionale del Parlamento e di una maggiore
coesione politica della Comunità europea non ancora raggiunti, anche per
responsabilità delle politiche nazionali, ha posto l’elettore in condizione di
negare il proprio contributo o protestare verso il mancato conseguimento dei
risultati.
L’accrescimento della conoscenza e del coinvolgimento, sebbene presenti,
non sono andati di pari passo con la partecipazione. Elementi di
insoddisfazione hanno caratterizzato il comportamento dell’elettore
realmente europeista.
I cittadini europei possono in realtà collocarsi in tre macro aree nelle quali si
ritrovano gli europeisti, gli euro avversi e gli euroscettici. Se le aspettative
degli europeisti sono rimaste deluse, gli euroavversi hanno parzialmente
esercitato il diritto di voto alimentando quelle liste comunque presenti nella
competizione europea. Gli euroscettici, invece hanno rappresentato il punto
nevralgico dell’elettorato. Trovandosi in quella parte di popolazione attenta
ad osservare quali e quanti cambiamenti sarebbero avvenuti a partire dal
1979 hanno avuto modo di consolidare la loro posizione continuando a
percepire la Comunità ancora lontana e prevalentemente scomoda se non
inutile. A differenza dell’europeista deluso che comunque ha continuato a
partecipare, magari protestando, e dell’euroavverso che ha espresso il suo
disappunto preferendo i partiti antieuropeisti, l’euroscettico ha proseguito
nell’osservazione, affiancandosi agli incerti che sono rimasti a casa.
A questo punto sono apparse inevitabili ulteriori valutazioni verso quegli
elementi che caratterizzano le elezioni in genere.
Ciò che attrae il cittadino ai seggi elettorali è prevalentemente il peso che le
elezioni possono esercitare sui cambiamenti del governo nel proprio Paese.
Il “less at stake” delle elezioni europee ha rappresentato sicuramente uno dei
motivi scatenanti i sentimenti appena descritti; lo scenario si profila diverso,
In such ‘marker-setting’ elections, voters have an incentive to behave tactically,
but in a sense of the word ‘tactical’ that is quite different from what we see in
National elections, where large parties are advantaged by their size. In a markersetting
election the tactical situation is instead characterized by an apparent lack of
consequences for the allocation of power, on the one hand, and by the attentiveness
of politicians and media, on the other4.
La mancanza di conseguenze sul livello nazionale garantita dalle elezioni
europee ha “alleggerito” l’elettore della responsabilità di orientare con la
propria scelta il corso della politica nazionale. Sebbene nel 1979 vi fu
un’attività partitica a livello transnazionale, consentita anche dalla
disponibilità di fondi in quel periodo, l’attenzione dell’elettorato fu minima.
In termini di risultati transnazionali la percezione fu praticamente
irrilevante; circa il cinquanta per cento dei votanti ammise di non aver idea
di quali gruppi avessero ottenuto maggiori consensi.
Altro aspetto da non sottovalutare si collega allo sproporzionato successo
ottenuto dai partiti più piccoli rispetto ai grandi; è in questo caso che si può
parlare di voto punitivo nei confronti della politica del governo nazionale.
Molte le sfaccettature e tutte fondamentali per riuscire a capire il perché
delle differenze comportamentali dell’elettorato, differenze che nei tre Paesi
oggetto di studio si sono rivelate estremamente rappresentate.
In linea con la tradizione, gli elettori dell’Italia e della Francia hanno
mostrato una partecipazione considerevole, evidentemente legata alle
vicende che hanno caratterizzato il dibattito politico nazionale negli anni
1979 – 1989.
Il voto “pseudo-obbligatorio” dell’Italia ha mantenuto alta la percentuale dei
votanti, ma i risultati hanno mostrato orientamenti variabili nelle tre tornate
esaminate. Il caso francese ha mostrato una escalation della destra
attraverso i consensi ottenuti dal Front National in risposta ad un importante
declino del Partito comunista, anche in considerazione di una progressiva
dispersione di voti dovuta alla presenza di numerose liste, in particolar
modo nel 1989.
Il caso anglosassone si colloca in una posizione particolare rispetto agli altri
due Paesi, ma sarebbe più giusto dire rispetto a tutti gli altri. A fronte di un
orientamento nazionale tendenzialmente contrario alla Comunità europea,
fra le ideologie maggiormente rappresentative si è distinto un Partito
conservatore desideroso di giocare un ruolo importante nel contesto
europeo, consapevole quindi del significato che la competizione europea
4 C. Van der Eijk, M. Franklin, M. Marsh, What voters teach us about Europe-Wide Elections: what Europe-Wide
Elections teach us about voters, in “Electoral Studies”, vol. 15, n. 2, p. 157.
avrebbe potuto assumere per la riuscita dell’intento. L’importanza del
suffragio sovranazionale non fu invece immediatamente compresa dai
Laburisti, che di fatto ottennero una pesante sconfitta nel corso del primo
appuntamento con lo scrutinio europeo, ravvedendosi in seguito e riuscendo
a superare i Conservatori anche grazie all’inizio del declino del governo
Thatcher.
Un elemento che ha accomunato tutti i Paesi della Comunità è stato
rappresentato dalla progressiva affermazione dei Verdi.
Lo studio effettuato attraverso una costante attenzione al dibattito politico di
ciascun Paese, insieme alle strategie attuate dagli attori, consapevoli fin
dall’inizio che la sfida europea li avrebbe impegnati non più o meno di
quella nazionale, ma sicuramente in modo diverso, ha condotto ad un
approfondimento verso il singolo cittadino che assumendo in sé il ruolo di
attore principale ne ha determinato gli esiti.
Le risultanze dei dati emersi dalle consultazioni avvenute negli anni 1979 –
1989 non possono considerarsi soltanto per il puro dato numerico. La
molteplicità dei fattori che hanno influito sulla scelta di votare o meno ha
mostrato un elettore che, pur appartenendo a paesi diversi e con differenti
livelli culturali, è stato in grado di decidere basandosi su considerazioni
affatto superficiali, operando un’attenta scelta dei numerosi elementi che
avrebbero potuto favorire il rafforzamento politico-istituzionale europeo:
una tacita selezione dell’elettorato, che inevitabilmente ha lasciato fuori tutti
coloro che non hanno ritenuto importante impegnarsi per una consultazione
ritenuta priva di un qualsiasi tornaconto. Classe politica poco convinta,
informazione discutibile, scarsa conoscenza da parte dei cittadini riguardo al
ruolo del Parlamento europeo, inefficacia della comunicazione, hanno
contribuito a costruire un elettore diverso dal solito, più attento, in possesso
di maggiore senso critico nei confronti di uno scenario nuovo e molto più
complesso rispetto a quello nazionale5.
Dalla pluralità di elementi emersi durante la ricerca attraverso il ricorso
all’interdisciplinarietà per cercare di comprenderne maggiormente i
significati, sono emersi dettagli che hanno stimolato ad ulteriori
approfondimenti.
5 Cfr. Commissione delle Comunità europee, Eurobarometro – L’opinione pubblica e l’Europa, 9/89, Direzione
generale Informazione, comunicazione e cultura, Bruxelles, 1989.
Successivamente alle considerazioni storico – politiche , ciò che si è voluto
sottolineare, attraverso l’analisi sociologica, riguardo alle elezioni europee
nel loro complesso e nella loro perpetua considerazione di elezioni
secondarie, è che tutti i fattori esaminati ne mostrano un’immagine
differente, che non vuole assolutamente porsi in contrasto con
l’interpretazione dei dati puri, ma vuole indurre a considerare maggiormente
i numerosi fattori, che per la qualità e la quantità riscontrata permettono di
ottenere un quadro più completo dei fatti, andando oltre al mero dato
partecipativo sul quale, indubbiamente, la differenza con la partecipazione
nazionale è di tutta evidenza.
L’esame approfondito è apparso ancor più necessario alla luce del tortuoso
processo di costruzione europea e del macchinoso assetto istituzionale
comunitario, al fine di poter tenere nella giusta considerazione il maggior
numero di elementi possibile, non tanto per giustificare i risultati, ma
quanto, piuttosto, per riflettere su di essi cercando di distribuire una
responsabilità policentrica a partire dalle forze politiche per finire al
cittadino stesso.

Jacques Delors used to talk about European institutions as an O.P.N.I Object
Politique Non Identifié. His opinion appears a compromise between his
interest to protect National rights and the need to give lasting and
autonomous governance to the European integration process.
Actually from the European Community model, two different ways of
thinking the governance derived both influenced by the instability of the
model itself.
The first one aimed at a political union; as Riccardo Perissich says:
“Ai limitati trasferimenti di sovranità già decisi, altri ne sarebbero seguiti, anche se
sempre in modo graduale. Coerentemente con questo approccio, le istituzioni
avrebbero dovuto evolvere verso un modello classico. La Commissione si sarebbe
trasformata in un esecutivo federale; il Consiglio dei ministri in un “Senato degli
Stati”; l’Assemblea parlamentare in un vero Parlamento federale”6.
The second one tried not to neglect the sovereignty principle by transferring
technical and political power according to the Treaties.
This second view increased doubts and mistrust towards the European
Parliament and Commission as well.
European Member States agreed above all with the first view, except for the
France of Charles De Gaulle who was still convinced of his idea of not
giving power to supranational level.
Following the unification between ECSC, EEC and EAEC there was a
single Commission for the whole administrative system while the
Parliament had competence on the European budget; direct election to
European Parliament was referred to as “temporary” in Article 138 of the
European Community Treaty; then the Parliament would plan the way for a
single procedure election regarding all Member States.
Between 1951 and 1976 there were many proposals to define a direct
universal suffrage, but only in 1979 this target was achieved. This result
meant a significant change also for the polical and institutional
6R. Perissich, L’Unione Europea una storia non ufficiale, Milano, Longanesi, 2008, p.54.
communication that became fundamental to reach citizenship during the
election campaign.
In 1974, during the French summit chaired by Valéry Giscard d’Estaing,
were both established the European Council and the direct election of the
European Parliament.
The European Parliament finally elected by European citizens would
require an increase in both political and institutional influence.
The direct elections would enhance popular interest in European affairs as
well as raise people’s awareness of the Parliament itself.
This last aspect emphasized the differences between the federalist and the
“gradualist” trend. The first one considered the direct elected Parliament as
a “Congress of European People”, that is to say the constituent power of the
future European Federation.
Many famous people were constantly engaged in the European integration
cause as politicians and intellectuals did by committing themselves to
legitimizing the role of the European Parliament in relation to other
institutions, particularly the European Commission.
Reference can be made to Altiero Spinelli, Enrico Berlinguer, Simone Veil,
Helmut Kohl, Jacques Chirac, just to mention some of them.
Members of the European Parliament (MEP’s) began their job by
addressing many issues such as the question of communist nations or
planning for a European TV or preparing a draft for the European
Constitution.
Appointing political celebrities such as Enrico Berlinguer, Simone Veil,
Willy Brandt was a way to make the propaganda more effective.
The 1979 election campaign as well as the other two following ones was,
however, characterized by arguments too often associated with the national
political discourse. All the information given to European citizens
succeeded in generating interest in supranational reality above all.
The turnout was lower than in national elections and the reason has to be
found in the behaviour of political parties in discussing mostly national
issues aiming at national targets.
In spite of this, the first direct election to the European Parliament gave a
breath of fresh air to the meaning of European democracy.
The newly acquired legitimacy gave the European Parliament the
opportunity to consolidate its power by acting a definite role inside the
European decisional process that was, at that time, nebulous to say the least.
Once the electoral date was scheduled all the national political parties had to
face a challenge that forced them to renew their themes and topics
previously chosen in national campaign.
There was greater awareness of the necessity to broaden the horizon
without loosing contact with voters by looking for similarities in other
European political parties. This is what would allow single ideologies to
merge in a wider context.
We must to consider that between 1975 – 1979 inside the European
Parliament there were representatives of parties sharing outlooks similar to
the national ones, but different ways of thinking made these coalitions too
weak, above all because of the predominant national interests. The primacy
of national parties has always been an obstacle to the autonomy of groups
and federations, neglecting the implementation of European parties.
After the first direct European elections the new MEP’s were a kind of “trait
d’union” with their own electorates, their own party, the European coalition
and the Parliament as well.
The peculiar features of the political-institutional path of the European
Parliament concerning the three countries studied showed differences that
have characterized their participation in European elections.
While Italy and France, founding members of EC, were too busy to deal
with national issues during electoral campaign, the UK was more attentive
to evaluate the benefits of participation and Margaret Thatcher, who was
Prime Minister from 1979 to 1990 was particularly suited for such an
attitude.
While during the first direct election there was a need to bring some new
element in organizing the electoral campaign in order to reach a wider
consensus, the following two elections made political forces more reflective
about the decline in turnout.
Too many national issues made the communication weak, particularly for
the French campaign. What citizens perceived was the little confidence of
political parties and that was the reason for such a large incertitude among
the people.
On the other hand, the Community campaign too showed a partial
efficiency. So what kind of elections are we talking about? Still “second
order” elections? This is not the picture that emerged from my research
conducted on the historical and political fields. Participation is inversely
proportional to the preparatory work, both from a political point of view and
from an administrative-institutional one, which was far superior to any
national suffrage. So, why didn’t voters participate so enthusiastically?
Many answers are possible because many are the causes of such an odd
behaviour: little attention to European issues, quality of communication,
propaganda too close to the election date, distance between citizens and
istitution, the cultural level of voters, election dates too close to those of
national elections, lack of confidence of the political class were all
contributing factors in low participation. In the middle of this mess the
European citizen becomes the protagonist for the success of such a
performance.
Despite numbers reveal a gradual decline in the ten years examined,
European citizens have not remained indifferent to the changes introduced
by the European integration process.
Many surveys showed that in addition to a percentage of “indifferent” or
“eurosceptical” people, there were citizens who asked for a stronger
Parliament hoping that this result would be reached sooner or later.
The failure to achieve this goal as well as the political events of each nation
have gradually caused an outcry against the vote expressed either in nonvoting
or in negative-vote; these different behaviours show a different way
of participating . The voter who, though informed by the electoral
campaign, decided not to vote or to give a different vote by cancelling his
vote or returning blank−voting ballot, went nevertheless to the polling
station and didn’t stay at home ignoring what was happening.
The unfullfilled hope for an institutional strengthening of the Parliament and
for greater political cohesion of the European Community, due to political
responsibilities, didn’t allow the voter to contribute or protest against the
non-achievement of results.
Citizens’ increased knowledge and involvement did not keep pace with the
participation; some elements of dissatisfaction have characterized the
behaviour of the pro-Europe voter.
The three main groups in which European voters may be included are pro-
Europe, anti-Europe and eurosceptics. Whereas the pro-Europe voters’
expectations have been disappointed, the anti-Europe voters have partially
exercised the right to vote feeding this kind of lists in the European
competition. Eurosceptics, on the other hand were the centerpiece of the
electorate. Being careful observers of which and how many changes have
occurred since 1979, citizens have been able to consolidate their position by
continuing to perceive the Community as still too distant and mostly
uncomfortable if not useless. They have continued their observation by
standing together with those uncertain people who stayed at home.
At this point it appeared inevitable to assess also those elements that
characterized the elections in general.
What attracts people to the polling station is mainly the weight that
elections may have on the governmental changes in their own countries.
The “less at stake” of European elections surely showed one of the reasons
just described. We are therefore facing a different context,
In such ‘marker-setting’ elections, voters have an incentive to behave tactically,
but in a sense of the word ‘tactical’ that is quite different from what we see in
National elections, where large parties are advantaged by their size. In a markersetting
election the tactical situation is instead characterized by an apparent lack of
consequences for the allocation of power, on the one hand, and by the attentiveness
of politicians and media, on the other7.
The lack of consequences on the national level where European elections
are concerned lightened voters by taking away their responsibility in
directing the national political course.
Although in 1979 there was a political activity at the transnational level, the
electorate’s attention was very scarce. The result showed 50% of voters
admitting to their disinformation about the groups that achieved greater
consensus.
7 C. Van der Eijk, M. Franklin, M. Marsh, What voters teach us about Europe-Wide Elections: what Europe-Wide
Elections teach us about voters, in “Electoral Studies”, vol. 15, n. 2, p. 157.
Another issue is the large success gained by smaller parties; in this case it is
possible to talk about a “punishment vote” against the policy of the national
government.
The three cases studied showed different ways of participating.
Italian and French voters showed a considerable participation according to
their tradition also because in the 1979 – 1989 period there was an
interesting political debate. The Italian “pseudo-compulsory” vote kept the
percentage of voters high, but the outcome showed changing directions
during the above mentioned period. Looking at the outcomes got by the
Front National the French case showed an escalation of the Right next to
to a significant decline of the Communist Party. There was also a substantial
dispersion of voting because of so many rolls, particularly during the 1989
elections.
The British case is a special one for the particular behaviour towards the
European integration process. The Conservative Party wanted to play an
important role in the European context and for this reason European
elections were considered as a way to succeed in it. On the contrary the
Labour Party did not immediately understand the importance of such a
crucial opportunity; the outcome of the 1979 European elections was
disastrous and they met an evident defeat that therefore was useful to
understand many things for future elections.
All three countries have seen the progressive growth of the Green Party.
The present study has paid constant attention to to the political debate in
each country, and to the strategies implemented by the actors, who were
aware from the beginning that the European challenge would engage them
in different ways. It was, moreover, focused on the individual citizen’s
ability to determine the election outcome.
Considering the outcome through the mere numerical data gives a partial
view of the whole context. There are so many aspects that influenced the
decision to vote or not. There was a selection among voters that showed
citizens who desired a more political union operating a political and
institutional strengthening in opposition to those who did not want to engage
themselves in an election without any gain.
An unconvinced political class, questionable information, lack of
knowledge among citizens about the role of the European Parliament have
built a different voter, a more attentive one, with a greater critical sense
towards a newer context different from the national one.
The diverse elements which have emerged from this interdiciplinary study
have led to further insights.
After historical considerations, a sociological analysis has been carried out
on European elections as a whole and their “second order” perception. From
these considerations a new picture has emerged, which is not in absolute
contrast with the interpretation of the raw data. The quality and the quantity
of so many factors allow a more complete picture of the facts, going beyond
the mere participation on which, undoubtedly, the difference with the
national presence is quite evident.
Detailed examination appeared necessary in the light of the tortuous
European building process, in order to take into account as many elements
as possible, not only to justify the results, but rather because, to reflect on
them trying to deploy a polycentric responsibility from the political forces to
the citizens themselves.
Description: 
Dottorato di ricerca in Storia d'Europa: Società, politica e istituzioni(XIX-XX Secolo)
URI: http://hdl.handle.net/2067/2899
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