Please use this identifier to cite or link to this item: http://hdl.handle.net/2067/2434
Title: Outsourcing internazionale dei servizi: effetti sulla produttività delle imprese
Other Titles: Services-Based Offshoring: the effects on business productivity
Authors: Gregori, Osea
Keywords: Esternalizzazioni;Produttività del lavoro;Produttività totale dei fattori di produzione;Offshoring;Labour productivity;Total Factor productivity;SECS-P/01
Issue Date: 10-Jan-2011
Publisher: Università degli studi della Tuscia - Viterbo
Series/Report no.: Tesi di dottorato di ricerca. 22. ciclo
Abstract: 
L’inizio del nuovo millennio è stato caratterizzato dalla diffusione su scala globale dell’outsourcing di servizi con il quale le organizzazioni più competitive hanno esternalizzato le proprie funzioni di staff (Human Resources , Information Technology, Costumer care, Finance & Accounting) con l’intento di focalizzare le risorse interne, umane e finanziarie, sul core business aziendale.
In assenza di dati ufficiali, per illustrare le dimensioni attuali del services based outsourcing in Europa ed in Italia nel lavoro ho utilizzato i risultati più significativi di tre studi recentemente condotti sull’argomento (la ricerca dell’ Everest Research Institute presentata al Salone dell’Outsourcing nel 2007; il contributo di R. Crinò per il Rapporto Ice-Istat del 2008; e l’indagine europea di Ernest & Young condotta nel 2008). Il mercato mondiale dell’Outsourcing e dell’Offshoring di servizi è cresciuto nell’ultimo decennio a ritmi vertiginosi raggiungendo i $63 miliardi nel 2007. Nel mercato europeo, il Regno Unito rappresenta da solo il 50%, seguito dalla Germania (20%), dal Benelux (10%), dalla Francia e dall’Italia (5% ciascuno). Il mercato italiano dell’Outsourcing cresce al 5-10% annuo ed è ancora principalmente focalizzato sull’Information Technology, che rappresenta oltre il 70%. L’Outsourcing dei processi aziendali è ancora molto limitato ma in crescita in alcune aree: Contact Management; logistica e Facility Management. La tendenza osservata in tutti i maggiori fornitori (circa l’80%) è quella di erogare servizi sempre più completi, end to end.
La letteratura teorica giunge a conclusioni non univoche in tema di effetti dell’offshoring sulla produttività. In base alla Transaction Cost Theory (TCE) di Williamson (1981) il mercato è la forma più efficiente di governo delle transazioni solo quando è possibile realizzare contratti istantanei ed esaustivi, in presenza di bassa incertezza, di elevata misurabilità dell’oggetto scambiato, di inesistenza di investimenti specifici e di elevata sostituibilità tra le parti. Nella realtà queste condizioni sono raramente realizzate, soprattutto quando l’oggetto dello scambio è costituito da un servizio, per cui si configura una crisi del mercato e la necessità di internalizzare la transazione . Secondo la Resource Based View (RVB) l’offshoring può accrescere la produttività consentendo alle imprese di riorganizzare il processo produttivo, trasferendo all’estero le attività a minor valore aggiunto e concentrandosi sulle altre fasi. L’offshoring può anche agire espandendo la gamma di beni intermedi e servizi disponibili per le imprese a favore di quelli di maggior qualità, o consentendo un processo d’apprendimento nel quale le imprese imparano dai fornitori esteri nuove e più efficienti tecniche di produzione (Aubert et al, 2004; Leiblein e Miller, 2003; Klaas et al. 2001). Questi effetti positivi di breve periodo tuttavia inducono il management ad intraprendere ripetutamente la strategia dell’outsourcing (dinamica di replicazione) perdendo di vista la possibilità di compromettere la capacità innovativa dell’impresa con effetti negativi sulla produttività totale di lungo periodo. In base alla Teoria Modulare l’outsourcing infatti tende ad indebolire le sinergie tra le attività esternalizzate e quelle rimaste all’interno dell’organizzazione minando la memoria organizzativa ed il patrimonio intellettivo della stessa (Windrum et al. 2008, Brouthers e Brouthers, 2003). Per la Teoria Evoluzionistica (Mahnke 2001) esistono una serie di complicazioni associate al passaggio dalla gerarchia al mercato che possono compromettere gli incrementi di produttività attesi dalle strategie di esternalizzazione. In particolare, l’assegnazione all’esterno di attività e funzioni è spesso ostacolata dalla tendenza alla information retention da parte dei dipendenti dell’impresa cliente: pertanto essa comporta notevoli costi di transazione e priva l’impresa di competenze e conoscenze specifiche con un conseguente impoverimento del suo patrimonio di risorse immateriali. La capacità innovativa assume un ruolo centrale anche nelle Teorie sulla Crescita endogena. Naghavi e Ottaviano (2006) analizzano la forma organizzativa delle imprese in un contesto di crescita endogena al fine di far luce sulla relazione esistente tra crescita ed adozione di innovazioni complementari al loro interno. Dall’analisi emerge una tensione tra le implicazioni dinamiche e statiche dell’outsourcing: le imprese coinvolte in decisioni di make or buy confrontano i costi di ricerca e di transazione legati all’outsourcing con i costi di governance e di
specializzazione legati all’integrazione verticale, trascurando gli effetti dello loro scelte organizzative sull’innovazione e la crescita. In alcuni settori, nell’ipotesi in cui l’impresa esternalizzi la produzione di input o lo svolgimento di servizi, ai vantaggi statici della specializzazione possono aggiungersi perdite dinamiche per i consumatori, causate da un rallentamento nell’innovazione. In particolare, imprese e consumatori tendono a preferire l’outsourcing all’integrazione verticale quando ad esso sono associati vantaggi sostanziali di specializzazione: il potere contrattuale ex-post acquisito da fornitori e da produttori finali incentiva l’innovazione da parte delle società di R&D. In questo caso i costi di ricerca ed i problemi di hold-up risultano minimizzati.
La letteratura empirica sull’argomento si può distinguere in due grandi categorie: studi a livello settoriale, studi a livello d’impresa. Nonostante i vari contributi impieghino un approccio standard all’analisi del fenomeno, i risultati a cui pervengono sono eterogenei evidenziando in alcuni casi un impatto positivo (Oulton,1999; Amiti e Wei, 2005, Crinò, 2009, ecc.) in altri negativo (Görzig e Stephan 2002; Daveri e Jona-Lasinio, 2007, ecc.) o non significativo (Ito e Tanaka, 2010, ecc.) dell’offshoring di servizi sulla produttività. Per una presentazione sintetica delle metodologie di analisi adottate in questi studi rinvio a quanto dirò in seguito perché li porrò in confronto con il mio studio.
Nella parte quantitativa di questo lavoro mi propongo di verificare se il services-based offshoring ha l’effetto di controbilanciare i rallentamenti della produttività o se invece contribuisce ad ampliarli, attraverso un’analisi comparativa tra Italia e Francia, due economie che si caratterizzano per livelli molto bassi di offshoring, rispetto ai principali competitors europei, ma che presentano trend diversi in termini di produttività. L’Italia, nel periodo considerato, ha registrato livelli di services offshoring relativamente più alti rispetto alla Francia, un lento ma progressivo aumento del grado di apertura internazionale ed un forte rallentamento nella crescita della produttività. La Francia ha presentato trend per lo più costanti o in alcuni casi decrescenti nelle esternalizzazioni di servizi ed una produttività in crescita.
Impiegando le informazioni di fonte Eurostat sul sistema di tavole input-output vengono calcolati indicatori di offshoring di servizi per diciannove settori manifatturieri e terziari nel periodo 1995-2006. Questi indicatori, che misurano la quota d’importazione di sei tipologie di servizi privati sul totale degli impieghi non energetici, sono confrontabili tra i due paesi, grazie all’adozione di un comune sistema di classificazione delle attività utilizzato per la predisposizione delle tavole input-output.
Seguendo un approccio standard, l’analisi è prima incentrata sulla stima della relazione fra l’offshoring di servizi e la più semplice delle misure di produttività, quella del lavoro. Si passa poi a stimare modelli strutturali, basati sull’utilizzo di funzioni di produzione Cobb-Douglas, per valutare gli effetti dell’offshoring di servizi su una misura più completa di efficienza produttiva, la Produttività Totale dei Fattori (TFP).
Rispetto ai contributi precedenti il presente lavoro si distingue per due aspetti. Gli indici disaggregati sono stati costruiti direttamente avvalendosi delle matrici use d’importazione e delle tavole degli impieghi di fonte Eurostat, superando quindi i limiti tipici del metodo della proporzionalità. Dal punto di vista econometrico vengono applicati due stimatori: il GMM one-step per panel dinamici proposto da Arellano e Bond (1991) e il Least Square Dummy Variable Corrected (LSDVC) introdotto da Bruno (2005) che estende lo studio di Kiviet (1995) ai dati panel non bilanciati. Il primo stimatore è stato ampiamente impiegato nella letteratura empirica sull’argomento per risolvere il problema della possibile endogeneità dell’offshoring e della persistenza della produttività. Il Least Square Dummy Variable Corrected non è stato mai implementato in questo ambito, ma risulta particolarmente adatto all’analisi del dataset a nostra disposizione. Gli esperimenti Monte Carlo condotti da Bruno (2005b) per campioni di piccole dimensioni e da Judson e Owen (1999) per campioni di moderate dimensioni hanno entrambi chiaramente dimostrato la superiorità dello stimatore LSDVC rispetto agli stimatori IV-GMM.
Per quanto riguarda gli effetti del total services based offshoring sulla produttività del lavoro, i risultati ottenuti per l’Italia mostrano un impatto negativo e statisticamente significativo dell’indice aggregato, mentre per la Francia si ottiene un coefficiente non statisticamente significativo.
Distinguendo l’offshoring nelle diverse tipologie di servizi, si è riscontrata notevole eterogeneità negli effetti. In particolare per l’Italia risultano significativi gli indici relativi ai Rental Services (con impatto negativo) e Other private services (con impatto positivo), mentre per la Francia l’unico indice che risulta avere un impatto significativo è quello relativo ai Computer services (positivo).
Nella stima degli effetti del TSOS sulla TFP si ottiene sia per l’Italia che per la Francia un coefficiente negativo e statisticamente significativo. Anche in questo caso la disaggregazione dell’indice fornisce informazioni addizionali: in particolare, per l’Italia un incremento negli indici relativi ai professional, rental e computer services ha un impatto negativo e significativo sulla TFP mentre risulta positivo l’impatto degli other private services; per la Francia si osserva invece un impatto negativo e significativo solo nell’indice relativo ai financial services.
In definitiva il minor ricorso all’esternalizzazione dei servizi da parte della Francia sembrerebbe aver favorito la crescita del produttività nel paese durante l’arco temporale considerato, mentre il maggiore tasso di adozione del services outsourcing da parte dell’Italia risulta aver aggravato l’andamento negativo della produttività e rallentato la ripresa economica del paese.
I risultati ottenuti si discostano, in parte, da quelli cui è pervenuto Crinò (2008), il quale evidenzia un impatto, in generale, positivo del services based offshoring sulla produttività dell’Italia e degli altri paesi considerati. Nonostante siano state impiegate le stesse specificazioni per l’analisi dei dati, la divergenza nei risultati può essere attribuita al diverso metodo impiegato per la costruzione degli indici di offshoring (nel presente lavoro è stato impiegato il metodo diretto, mentre in Crinò si usa il metodo della proporzionalità).
Le nostre evidenze sono coerenti con quelle di Daveri e Jona-Lasinio (2007), che, impiegando dati panel settoriali per l’Italia, riscontrano una correlazione positiva per il narrow offshoring of intermediate, nulla o, più spesso, negativa per l’offshoring of market services.
I risultati da noi ottenuti sono inoltre in linea con altri studi empirici condotti a livello di impresa. In particolare Grzig e Stephan (2002), usando dati panel di imprese manifatturiere tedesche per il periodo 1992-2000, individuano un impatto negativo dell’outsourcing di servizi sul ROS nel breve periodo. Grg e Hanley (2003), impiegando dati di imprese irlandesi operanti nel settore dell’elettronica, per il periodo 1990-1995, trovano una correlazione positiva e statisticamente significativa tra service-based offshoring e la produttività nelle imprese a valle del processo produttivo ed una correlazione negativa con la produttività delle imprese collocate a monte del processo produttivo. Analogamente Calabrese e Erbetta (2004), analizzando i bilanci di fornitori automotive localizzati in Piemonte nel periodo 1998-2001, mostrano, per le imprese che hanno perseguito una qualsiasi strategia di esternalizzazione, una variazione negativa del ROI, un incremento del turnover del capitale ed una diminuzione dell’efficienza operativa.
Dai risultati empirici ottenuti in questo lavoro e negli altri citati emerge l’effetto ambivalente dell’offshoring di servizi sulla produttività. L’impatto può variare nel tempo e in base alla tipologia di servizio esternalizzato. Nel breve periodo e per servizi impersonali, facilmente digitalizzabili e less skill intensive può favorire il contenimento dei costi operativi ed accrescere la produttività della forza lavoro interna. Nel lungo periodo può configurarsi come una strada senza ritorno, nel senso che, da un lato, può risultare difficile riprendere lo svolgimento interno delle attività esternalizzate e, dall’altro, possono emergere ostacoli al cambiamento del fornitore. Inoltre il trasferimento di know-how ad un terzo può favorire l’imitazione facendo perdere all’impresa il proprio vantaggio competitivo. Infine le interazioni fra persone dotate di competenze in differenti aree funzionali spesso hanno ricadute positive per l’impresa, che possono creare un terreno favorevole all’emergere di brillanti intuizioni capaci di dischiudere nuove prospettive di sviluppo e dare soluzioni ai problemi dell’impresa. L’outsourcing, se comporta l’eliminazione di alcune funzioni aziendali, può rendere più difficile il verificarsi di queste interazioni, e compromettere la capacità innovativa dell’impresa e, quindi, la sua stessa sopravvivenza.

The start of the new millenium was characterised by the worldwide dissemination of services outsourcing, adopted by the more competitive organisations to externalise their staff functions (Human Resources , Information Technology, Costumer care, Finance & Accounting) in order to concentrate internal, human and financial resources on the company’s core business.
In the absence of official data, to illustrate the present dimensions of services-based outsourcing in Italy and in Europe, for this research I used the more significant results of three studies recently conducted on the subject (the Everest Research Institute analysis, presented in 2007 at the Salone dell’Outsourcing; R. Crinò’s contribution to the 2008 Ice-Istat Report; and Ernest & Young’s European survey, conducted in 2008). The global Services-based Outsourcing and Offshoring market has grown vertiginously over the last decade, achieving, in 2007, $63 billion dollars. In the European market, the United Kingdom alone represented 50%, followed by Germany (20%), Benelux (10%), France and Italy (5% each). The Italian Outsourcing market increases by 5-10% per year but still focuses chiefly on information Technology - over 70%. The Compay process Outsourcing is still very limited but in some areas is on the upswing: Contact Management, Logistics and Facility Management. The trend, observed in all major suppliers (around 80%) is to deliver more and more all-inclusive services, end to end.
Theoretical literature does not arrive at any univocal conclusion as regards the effects produced by offshoring on productivity. According to Williamson’s Transaction Cost Theory (TCE) (1981) the market is the most efficient form of transaction governance only when it is possible to conclude instantaneous and exhaustive contracts, when uncertainty is low, the measurability of the object exchanged is high, specific investments are non-existent and the parties are easily replaceable. In reality these conditions are rarely present, above all when the object to be exchanged is a service, in relation to which a market crisis and the need to internalise the transaction may take shape. According to the Resource Based View (RVB), offshoring may increase productivity permitting companies to reorganise their productive process, transferring abroad their lower added-value activities and concentrating on other phases. Offshoring may also operate by expanding the range of intermediate goods and services available to companies in favour of higher quality offers, or by permitting a learning process whereby the companies involved learn new and more efficient production techniques from foreign suppliers (Aubert and others, 2004; Leiblein and Miller, 2003; Klaas and others 2001). However, these short-term, positive effects repeatedly induce the management to apply an outsourcing strategy (reiteration dynamics) thus losing sight of the possibility that the company’s capacity for innovation with negative effects on total, long-term productivity. On the basis of the Modular Theory, out-sourcing tends, in fact, to weaken the synergies between externalised activities and those remaining within the organisation. This undermines the organisational memory and the intellectual patrimony of the company (Windrum and others 2008, Brouthers and Brouthers, 2003). For Mahnke’s Evolutionistic Theory (2001) a series of complications exist, associated to the transit from hierarchy to the market, which may compromise the productivity increases expected from the out-sourcing strategies. In particular, assigning activities and functions to outside sources is often hindered by the tendency, on the part of the client company’s employees, to information retention: leading, as a result, to considerable transaction costs, depriving the company of specific skills and know-how and, consequently, impoverishing its patrimony of intangible resources. Capacity for innovation assumes a central role also in the Theory of Endogneous Growth. Naghavi and Ottaviano (2006) analyse the organisational structure of companies in a context of endogenous growth in order to cast light on the relations existing between growth and adoption of complementary innovations within their internal frameworks. The analysis indicates the emergence of tension between the dynamic and static implications of out-sourcing: companies involved in make-or-buy decisions confront the research and transaction costs linked to out-sourcing with the governance and specialisation costs linked to
vertical integration, neglecting the effects of the organisational choices on innovation and growth. In some sectors, in the hypothesis whereby the company out-sources the production of inputs or the performance of services, dynamic losses for consumers, caused by a slowdown in innovation. may accompany the static advantages of specialisation. In particular, companies and consumers tend to prefer out-sourcing to vertical integration when this is associated with substantial specialisation benefits: the ex-post, contractual power acquired by suppliers and final producers encourages R&D companies to innovate. In this case research costs and hold-up difficulties are minimised.
Empirical literature separates the subject into two great categories: industry-level studies and company-level studies. Despite the fact that the various contributions use a standard approach to the analysis of the phenomenon, the results achieved are heterogenous highlighting, as regards services-based offshoring on productivity, an impact in some cases positive (Oulton,1999; Amiti and Wei, 2005, Crinò, 2009, ecc.), in others negative (Görzig and Stephan 2002; Daveri and Jona-Lasinio, 2007, ecc.) or insignificant (Ito and Tanaka, 2010, ecc.). I will summarise the analysing methods used in the foregoing studies when I compare them, here below, to my own research.
By comparing Italy and France, two economies characterised by low offshoring levels with respect to their chief European competitors, but which manifest different trends in terms of productivity (par.4), our analysis aims at verifying whether services-based offshoring counterbalances slowdowns in productivity or whether, on the contrary, it helps to amplify them. Italy, in the period examined, registered services-based offshoring levels relatively higher than in France – a slow but ongoing increase in the degree of international opening and a marked slowdown in the growth of productivity. France presented more or less constant or, in some cases, decreasing trends in the out-sourcing of services, but increasing productivity.
Using Eurostat-based information on the input-output tables system we will calculate the services-based offshoring indicators for nineteen manufacturing and service industries through the 1995-2006 period.
These indicators which measure the import quotas of six types of private services on the total number of non-energy uses, are comparable between the two countries, thanks to the adoption of a common classification system relating to the preparation of input-output tables.
The indicators will be combined with information on other technological characteristics and on other globalisation-linked phenomena linked, illustrated in the EUKLEMS data set (Timmer et al., 2007).
On the basis of the existing literature, the analysis will first of all focus on estimating the connection between services-based offshoring and the simplest productivity measure, i.e. labour. It will then concentrate on structural models, based on the use of the Cobb-Douglas production models, to evaluate the effects produced by services-based offshoring on a more complete measure of productive efficiency, i.e. Total Factors Productivity (TFP). With respect to previous contributions this study is distinguished by two aspects. The disaggregated indexes were constructed directly, on the basis of the imported use matrixes and the Eurostat uses tables, thus overcoming the typical limitations inherent to the proportionality method. From an econometric viewpoint two estimators will be applied: the dynamic GMM one-step per panel proposed by Arellano and Bond (1991) and the Least Square Dummy Variable Corrected (LSDVC) introduced by Bruno (2005), which extends Kiviet’ study (1995) to non-balanced panel data. The first estimator has been widely used in the empirical literature on the subject in order to solve the problem of the possible endogenous nature of offshoring and the persistence of productivity. The Least Square Dummy Variable Corrected has never been implemented in this framework but is particularly adapted to the analysis of the data set at our disposal. The Monte Carlo experiments conducted by Bruno (2005b) on small-size samples and by Judson and Owen (1999) on medium-size samples both clearly demonstrate the superiority of the LSDVC estimator over the IV-GMM estimators.
With respect to the effects of services-based offshoring on labour productivity, the results observed for Italy show a negative and statistically significant impact regarding the aggregated index, whereas for France the results show a statistically insignificant co-efficient.
When distinguishing offshoring among the various typologies of services, we observed a considerably heterogenous scenario in the relevant effects. In Italy, in particular, the indexes relating to Rental Services (with negative impact) and Other Private Services (with positive impact) are significant, but in France the only index with a significant impact concerns Computer Services (positive).
When estimating the TSOS effects on TFP, the results showed a negative and statistically significant coefficient for both Italy and France. In this estimation too, disaggregating the index supplies additional information, in particular: for Italy an increase in the indexes relating to Professional, Rental and Computer Services indicates a negative and significant impact on the TFP while the impact of Other Private Services is positive; on the contrary, for France we observe a negative impact significant only in the index relating to Financial Services.
In conclusion, the fact that France resorted in a lesser degree to services-based out-sourcing would appear to have encouraged the growth of productivity in this country during the time scale examined, whereas in Italy the higher rate of services out-sourcing caused a worsening of the negative trend in productivity and a slow down in the country’s economic revival.
The results obtained differ, in part, from those achieved by Crinò (2008), who highlights, in general, a positive impact as regards services based offshoring on productivity in Italy and in the other countries examined. Although the same specifications were used to analyse the data, the diverging results may be attributed to the different method employed to construct the offshoring indexes (in this study we used the direct method, whereas Crinò uses proportionality). Our evidence is consistent with the results achieved by Daveri and Jona-Lasinio (2007) who, using industry level panel data for Italy, found a positive correlation for the narrow offshoring of intermediate, but null or, more often negative for the offshoring of market services.
The results we obtained are, moreover, in line with other empirical studies conducted at firm level. Grzig and Stephan in particular (2002), using panel data relating to German manufacturers for the period 1992-2000, pinpointed a negative impact of services out-sourcing on the short term ROS. Grg and Hanley (2003), using data on Irish firms operating in the electronics sector between 1990 and 1995, found a positive and statistically significant correlation between services-based offshoring and productivity in companies downstream of the productive process and a negative correlation with the productivity of upstream firms. In the same way Calabrese and Erbetta (2004), by analysing the balance sheets of automotive suppliers located in Piedmont in the period from 1998 to 2001, indicate, for companies which pursued any type whatever of outsourcing strategy, a negative ROI variation, an increase in capital turnover and a downturn in operational efficiency.
The empirical results achieved by this study and by the other analyses mentioned indicate the ambiguous effect of services-based offshoring on productivity. The impact may vary over time and according to the typology of the out-sourced service. In the short term and as regards impersonal services, easily digitalised and less skill intensive, it can stimulate the reduction of operational costs and increase the productivity of the internal work force. Over long periods it can become a road with no return, in the sense that, on the one side, it might prove difficult to retrieve the internal performance of the externalised activities and, on the other, obstacles may emerge as regards the change of supplier. In addition, the transfer of know-how to a third-party might encourage imitation causing the company to lose its competitive advantage. In conclusion, the interaction between persons with skills in different functional areas often leads to positive results for the company, creating a fertile terrain for the emergence of brilliant intuitions capable of opening up new prospects for development and offering solutions to the company’s problems. Out-sourcing, if it entails the elimination of some company functions, may render more difficult the occurrence of this interaction and compromise the company’s capacity for innovation and, as a result, its very survival.
Description: 
Dottorato di ricerca in Economia e territorio
URI: http://hdl.handle.net/2067/2434
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